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«Gaza è una prigione. A nessuno è
permesso uscirne. Stiamo morendo tutti di fame»: così Patrick Cockburn,
giornalista che vive ed abita nella striscia di Gaza, scrive sul britannico
Independent. (1)
Gaza è l'area più popolata della
terra.
Un milione e mezzo di palestinesi, il 33 % abitanti in campi-profughi,
sono lì prigionieri dal 25 giugno e stanno morendo; tutto ciò sulle rive del
Mediterraneo, sotto gli occhi d'Europa.
«L'assedio è
strettissimo», scrive Cockburn.
«Israele ha bloccato ogni commercio;
vieta ai pescatori persino di allontanarsi dalle spiagge, sicchè essi ora si
inoltrano nelle onde di risacca nel tentativo, in genere vano, di catturare
qualche pesce con reti lanciate a mano».
Non basta: quella popolazione
assediata viene colpita quotidianamente da incursioni ebraiche dal cielo e da
terra.
Dal 25 giugno «sono state uccise 262 persone e 1200 sono state
ferite, di cui sessanta hanno subito amputazioni, dice il dottor Juma al-Saqa,
direttore dell'ospedale di al-Shifa. Tra gli uccisi, 64 erano bambini, 26
donne».
Sono bambini almeno un terzo dei feriti.
Il 25 giugno scorso,
un commando palestinese ha catturato un soldato israeliano, Gilad Shalit.
Da
allora Giuda ha scatenato la punizione collettiva contro l'intera società
palestinese, inasprendo ferocemente il blocco già in atto da sei mesi, da quando
cioè i palestinesi hanno commesso il delitto di votare per Hamas: la «cura
dimagrante», come la chiamano i comandi sionisti, è diventata
sterminio.
«Da allora l'armata israeliana infuria su Gaza - non c'è
altro termine possibile - ammazzando e demolendo, bombardando dal cielo e da
terra indiscriminatamente», ha scritto Gideon Levy su Haaretz (sia onore a
questo ebreo che denuncia il crimine).
Gaza, prima abbandonata dalle truppe,
è stata di fatto rioccupata.
Non solo: la nuova occupazione pare intesa
deliberatamente ad affamare la gente.
Cockburn dà voce a un contadino, Fuad al-Tuba, di 61 anni:
«Mi hanno perfino distrutto ventidue alveari e sparato a quattro
pecore».
I suoi campicelli sono sconvolti dai solchi dei cingolati, gli
alberi spezzati e travolti.
Suo figlio, Baher al-Tuba, dice che i soldati
israeliani lo hanno rinchiuso con la famiglia in un singolo locale della sua
casa per cinque giorni: sono sopravvissuti bevendo l'acqua di uno stagno per i
pesci da allevamento.
«I cecchini appostati alle finestre hanno sparato
su chiunque si avvicinava».
Così hanno ammazzato un vicino, Fathi Abu
Gumbuz, 56 anni, che era uscito per cercare di procurarsi acqua.
A volte,
prima di distruggere una casa, gli israeliani avvertono gli
inquilini.
Squilla il cellulare, una voce avverte che hanno un'ora per
lasciare l'edificio prima che sia bombardato con missili o artiglieria.
I
mezzi di sussistenza sono stati liquidati.
Secondo il sindaco, dottor Maged
Abu-Ramada (un oftalmologo), «hanno distrutto il 70 % dei nostri aranceti
per creare zone di sicurezza».
I due fra i principali generi
d'esportazione di Gaza, fragole e garofani, vengono lasciati marcire perché è
impossibile portarli fuori dai confini.
L'elettricità è ridotta da quando
Israele ha colpito la sola centrale elettrica: un danno, secondo l'ONU, di quasi
2 miliardi di dollari.
Serre, officine e strutture industriali sono state
devastate e non funzionano più.
L'Unione Europea è complice dello sterminio
in corso: su intimazione giudaica, ha smesso di inoltrare i consueti aiuti
finanziari ai palestinesi da marzo, quando Hamas ha vinto le elezioni.
Le
banche arabe non possono, per ingiunzione degli Stati Uniti, inviare fondi nel
territorio assediato.
L'ombra dei
soldati israeliani su Gaza
E Israele si trattiene, ossia ruba, i diritti doganali
spettanti ai palestinesi, pari a 60 milioni di dollari mensili.
Rubare agli
affamati, luminosa azione del «popolo di Dio».
Di conseguenza,
crescono la violenza e i delitti: chi ha un'arma fa di tutto per procurare da
mangiare ai suoi, la società impazzisce nel disordine e nel caos.
Così
Israele potrà dire, una volta di più, che i palestinesi sono belve umane.
E
non si tratta con le belve.
Impagabile il rapporto della Banca Mondiale su
Gaza, citato da Cockburn: il territorio «affronta un anno di recessione
economica senza precedenti. Il reddito reale si contrarrà di almeno un terzo nel
2006, e un terzo della popolazione cadrà sotto il livello di
povertà».
Che significa, a Gaza, avere meno di due dollari al giorno per
vivere.
Varrà la pena di ricordare che il capo supremo della Banca Mondiale è
oggi Paul Wolfowitz, il neocon guerrafondaio, l'israelo-americano allievo di Leo
Strauss che, come vice-ministro al Pentagono, è uno dei primi artefici della
guerra in Iraq e Afghanistan.
L'Europa tace e acconsente attivamente al
genocidio.
Tacciono i media, coralmente.
Possiamo sperare che
alzi la sua voce il Santo Padre?
E' troppo chiedere che non si faccia
complice dello sterminio in atto?
La Chiesa si gioca il suo futuro e il suo
onore morale.
Un giorno le verrà chiesto conto di questo silenzio.
Verrà
chiesto a tutti noi: dove eravate voi, quando Caino di nuovo uccideva Abele
sotto i vostri occhi, davanti alla vostra generazione?
Quando uccideva
bambini e spezzava ulivi e aranceti, devastava campi di fragole, spaccava
alveari? Un milione e mezzo di spettri ce lo chiederà.
La Terra del genocidio fu chiamata la vigna del Signore:
«Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue; attendeva
rettitudine, ed ecco grida di oppressi», gridò Isaia (5, 1-7).
Vorrei
sapere: c'è ancora qualcuno che teme Dio, più che la violenza del forte
armato?
Maurizio Blondet